Tassi a zero: come cambia la programmazione finanziaria in azienda

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Tassi a zero: come cambia la programmazione finanziaria in azienda

Chiunque abbia analizzato e gestito le dinamiche e la dimensione finanziaria di un’impresa in questi ultimi recenti anni, si è necessariamente trovato a dover “fare i conti” con un contesto caratterizzato da tassi di interesse negativi e tendenze deflazionistiche. Per provare ad analizzare e comprendere questo scenario è necessario innanzitutto domandarsi se i due fenomeni possano eventualmente essere collegati.

In primo luogo occorre considerare come, mentre la deflazione è un fenomeno conseguenza di un’attività economica depressa, i tassi a zero siano uno dei canali di trasmissione delle manovre non convenzionali di politica monetaria straordinariamente espansiva a cui le banche centrali di tutto il mondo hanno fatto ricorso nel tentativo di contrastare gli effetti prodotti dalla crisi. Le teorie economiche descrivono inoltre come il tasso di interesse di un’attività finanziaria debba remunerare innanzitutto il rischio in capo a questa e come proprio il tempo, che comporta la svalutazione della moneta, sia una delle principali dimensioni di quest’ultimo. I due fenomeni appaiono così strettamente collegati, anzi: intuitivamente è facile comprendere come si alimentino l’un l’altro, generando gravi distorsioni per chi si trovi a dover prendere determinate decisioni in questo scenario.

Investire a tassi negativi è un comportamento irrazionale, che porta un investitore a pensare che quel denaro sarebbe meglio tenerlo sotto il materasso. D’altro canto l’impresa che invece si trovi a dover gestire una posizione debitoria vede da un lato scendere il costo del denaro preso a prestito, ma dall’altro anche il valore degli incassi decrescere (a parità di quantità di venduto). Per quanto riguarda invece le pressioni deflazionistiche, in prima battuta verrebbe da chiedersi: cosa c’è di male se i prezzi cominciano a calare? Ben venga, così può tornare a crescere il potere d’acquisto dei salari. Occorre però considerare come se tale dinamica dovesse persistere potrebbe portare i consumatori a posticipare i propri acquisti in attesa di prezzi ancora più bassi e lo stesso potrebbe valere per gli investimenti delle imprese, dando origine a una spirale depressiva per l’attività economica.

Attualmente, a patto di presentare numeri sani, molte imprese possono ancora prendere a prestito denaro a basso costo, riducendo significativamente l’incidenza degli oneri finanziari sul risultato della gestione caratteristica. Fino a quando però perdureranno queste condizioni e quali azioni è possibile intraprendere al fine di prevenire un ulteriore, ma ormai inevitabile, aumento del costo del denaro.

Il consolidamento della ripresa economica in atto, il manifestarsi delle prime pressioni inflazionistiche in Germania e il fine mandato di Draghi nel 2019, sono tutti fattori che molto probabilmente porteranno nei prossimi mesi a una progressiva riduzione del programma di allentamento quantitativo attuato dalla Banca Centrale Europea, peraltro ormai anche annunciato. Questo comporterà una progressiva normalizzazione dei rendimenti sui titoli di Stato e un conseguente incremento dei tassi applicati dai circuiti creditizi al denaro prestato alle imprese. Queste condizioni produrranno notevoli ripercussioni anche sulle condizioni del credito nel nostro Paese. Nonostante la notevole incertezza a livello politico e la ripresa economica che stenta a prender piede, non ci attendiamo strette creditizie come quelle che la nostra economia ha vissuto negli ultimi anni (nel 2008-2009 e 2011-2012), ma occorre tuttavia considerare alcune politiche di gestione della cassa per evitare di essere poi impreparati rispetto a quella che ragionevolmente sarà l’evoluzione del contesto: ad esempio fissando tassi e spread delle linee di credito su orizzonti temporali che siano i più lunghi possibile.

Stefano Sanna
Stefano Sanna
Sono Laureato in Management degli Intermediari Finanziari presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, dove ho concluso il mio percorso con una tesi in materia di asset allocation riguardante gli effetti che le macro policy e i trend demografici hanno prodotto sui mercati finanziari. Approccio la finanza in maniera interdisciplinare ed è proprio questo ad alimentare questa mia passione.

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