Mercati finanziari al giro di boa

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Mercati finanziari al giro di boa

Il 2018 sui mercati finanziari si sta rivelando essere un anno di più difficile interpretazione rispetto al 2017. Il deterioramento delle condizioni di liquidità, dovuto all’avvicinarsi della fine dei programmi di allentamento quantitativo in termini di asset netti acquistati dalle banche centrali a livello globale, sta portando verso un cambio di regime in termini di volatilità e il quadro che si sta venendo a delineare sarà molto probabilmente più fragile rispetto a quanto visto sin’ora. Il primo semestre 2018 si sta per concludere e quello che stiamo osservando, per la prima volta dopo tanti anni di bull-market, è come i mercati finanziari globali (che solitamente riescono a prevedere con largo anticipo i trends futuri dell’economia) stiano cominciando a scricchiolare nonostante un’economia globale ancora caratterizzata da una crescita piuttosto solida.

In questo I semestre 2018, i vincitori sono stati il dollaro statunitense e il Nasdaq, che con il suo +9,53% ha battuto tutti i principali indici di Borsa globali. Guardando agli altri panieri azionari le performance sono però invece tendenzialmente negative: MSCI Emerging Markets -6,6%, Eurostoxx 50 -3,09%, DAX -4,73%, FTSE MIB -1,04%. Per quanto riguarda poi il comparto obbligazionario, questo non è tuttavia andato meglio. Negli Stati Uniti è in corso la risalita dei tassi e l’intero comparto obbligazionario sta facendo registrare perdite più o meno marcate, mentre in Europa la situazione è più variegata: con il Bund che ricopre il ruolo di asset rifugio e i titoli di Stato italiani che sono tornati ad essere colpiti dalle vendite: ad esempio, il BTP italiano a scadenza decennale solo quale settimana fa offriva un rendimento attorno all’1.80%, mentre oggi siamo prossimi al 3% (questo significa una perdita in conto capitale di 10 punti percentuali circa).

I mercati emergenti meritano poi un discorso a parte, dal South America al Far East questi sono stati il vero epicentro del bear market di questo primo semestre. Dall’Argentina al Brasile, passando per la Turchia e arrivando alla Cina, troviamo perdite a doppia cifra sia delle valute che sui mercati azionari e obbligazionari. Per fare un esempio, oggi in Brasile si trovano obbligazioni che rendono più del 10% e in Turchia del 18%, ma nemmeno questi rendimenti allettanti ad oggi stanno attirando investitori: questo significa in prima battuta che il premio per il rischio di investire in uno di questi Paesi piuttosto che in un paese “sviluppato” non sia ancora ritenuto sufficientemente remunerato.

Arrivando infine alle commodities, per quanto riguarda il petrolio (sia il WTI sia il Brent) la ripresa è stata notevole e se alla performance della materia prima aggiungiamo quella del cambio EUR/USD questo risulta uno dei pochi trades con segno positivo in questi primi 6 mesi dell’anno. Delude invece l’oro, sceso intorno ai 1260 USD e che soltanto un cambio favorevole ad un investitore europeo ha limitato le perdite.

A questo punto è lecito chiederci cosa ci riservi il futuro.

Il mondo è cambiato, sta continuando a cambiare, e questo si riflette sui mercati finanziari globali.

Innanzitutto occorre osservare come la tradizionale diversificazione tra comparto azionario ed obbligazionario trovi oramai poco senso: le due asset class tendono purtroppo a muoversi insieme e non in maniera opposta come “da manuale”. La diretta conseguenza è testimoniata dal fatto di come la semplice e intuitiva diversificazione 50/50 tra azionario mondiale e obbligazionario mondiale non abbia pagato. Inoltre occorre osservare come l’epoca del free risk sia finita per sempre: le obbligazioni di Stato non sono più un porto sicuro ad ogni costo (prezzo).

Da qui in poi molto dipenderà, oltre dal profilo di rischio di ogni persona, dall’atteggiamento che si deciderà di adottare verso gli investimenti (non solo finanziari). Occorre chiaramente dire che i mercati hanno corso tanto e in taluni casi troppo. Assolutamente inutile alla fine di un bull market come potrebbe essere questo capire se il reale punto di inversione avverrà tra 1 anno o 2 o tra 3 giorni: conviene avere una parte di liquidità sempre presente in portafoglio e costruire dei veri e propri piani d’accumulo (tramite fondi comuni di investimento e/o ETF) sui settori o sulle società che sono il presente e saranno il futuro. Tecnologia, automazione, sicurezza informatica, alimentazione e acqua per una popolazione mondiale sempre più numerosa, cure sanitarie per un mondo che invecchia sempre più, sono alcuni dei trends di lunghissimo periodo che daranno soddisfazioni, a patto di vedere l’investimento come tale e non un trading di breve.

Il decennio alle spalle ci ha insegnato che i ritorni sull’investimento possono essere elevati, ma a fronte di una volatilità che il risparmiatore medio non è abituato a gestire.

Che uno investa in case, titoli di stato o azioni una sola cosa conta: il prezzo.

Andrea Boffa
Andrea Boffa
Prima come trader a Lussemburgo e poi come direttore finanziario del Gruppo I-Dika, ho avuto modo di interagire con i vari attori della filiera finanziaria sia nella veste di fornitore che di cliente. Opero sui mercati finanziari da più di vent’anni e questi sono per me una vera e propria passione. Sono inoltre analista finanziario certificato C.E.F.A. (Certified EFFAS Financial Analyst).

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